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Che fine ha fatto il peccato?

1. Uomo che ha rimorsi di coscienza; 2. Funzione religiosa; 3. Uomo

In questa serie:

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Il senso del peccato è andato perso?

FINO a non molto tempo fa chi andava in chiesa era abituato a sentire dal pulpito tonanti prediche contro i cosiddetti sette peccati capitali: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola e lussuria. Spesso il sacerdote descriveva le tragiche conseguenze del peccato ed esortava i fedeli a pentirsi. Oggigiorno invece, come dice uno scrittore, “la maggior parte dei sermoni sorvolano sulla scomoda realtà del peccato per concentrarsi su temi che ‘fanno sentir bene’”.

Su questa tendenza si è soffermata anche la stampa. Ecco i commenti di alcuni giornalisti:

Nell’odierna società pluralista e tollerante le persone ci pensano due volte prima di esprimere un giudizio morale. Ci viene detto che sarebbe politicamente scorretto farlo. Sembra quasi che il peccato più grande sia giudicare le azioni altrui. L’idea è: ‘Quello in cui credi può andar bene per te, ma non devi cercare di imporlo ad altri. Ormai ognuno imposta la propria vita seguendo valori soggettivi. Nessuno ha il monopolio della verità morale. I valori in cui credono gli altri sono validi quanto i tuoi’.

Questi ragionamenti hanno influito anche sul modo di parlare della gente. Di rado la parola “peccato” viene usata in contesti seri e nel senso proprio del termine. Non si dice più che due “vivono nel peccato”, ma che “vivono insieme”. E non sono più definiti “adulteri”: semplicemente “hanno una storia”. Quanto all’omosessualità, oggi si preferisce parlare di “stile di vita alternativo”.

Senza dubbio c’è stato un cambiamento in ciò che le persone sono pronte ad accettare come “normale” o a condannare come “peccaminoso”. Qual è la ragione di questa tendenza? Che fine ha fatto il peccato? Fa differenza quello che pensiamo al riguardo?

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Pubblicato nella Torre di Guardia  del 1° giugno 2010